La tessera e il cassetto
Quando la Chiesa trasforma il dolore in opera d'arte, ma dimentica di aprire gli archivi. Una riflessione sul progetto sugli abusi nella Chiesa "Renaissance” di Suor Samuelle e Quentin Delcourt
Il percorso del progetto artistico sugli abusi “Renaissance, la Symphonie des tesselles” (Rinascita, la sinfonia delle tessere) prosegue: la mosaicista Suor Samuelle e il regista Quentin Delcourt tengono gli ultimi laboratori per firmare le tessere il 4 giugno a Bruxelles e i giorni successivi in due altre località del Belgio (il 5 giugno a Oostakker, Gand, e il 6 giugno a Nemur). Poi l’artista proseguirà con la composizione del mosaico in modo da finire l’opera per la presentazione a Parigi, all’inizio del 2027.
Del progetto, e dei dubbi che solleva il coinvolgimento della Chiesa, ho scritto qui. Condivido ora con voi il contributo di Tommaso Scicchitano, giornalista ed ex prete, che mi ha mandato alcune riflessioni.
Scicchitano è andato a vedere chi sono i partner ecclesiastici di “Rinascita” e spiega che cosa succede quando i laboratori di firma delle tessere per le vittime sono allestiti negli stessi luoghi - gli spazi della Chiesa - in cui gli abusi sono avvenuti. Mette anche in luce che in questo progetto, sin dal nome, non sembra esserci posto per un esito non felice, per chi insomma non ce la fa a “rinascere”, ma resta nel buio: «La vittima buona è quella che perdona», scrive Scicchitano. Indipendentemente dalle intenzioni dell’artista, l’opera «funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?».
Buona lettura, aspetto commenti.
Tommaso Scicchitano*
A Lourdes, il 24 marzo 2026, un gruppo di vescovi francesi si fa fotografare con in mano dei frammenti di mosaico. Sono pezzi di ceramica colorata, grandi più o meno come un quaderno, dai toni che vanno dal rosso cupo al grigio ardesia. I vescovi li tengono davanti al petto, leggermente inclinati verso l’obiettivo, con un’espressione che oscilla tra la solennità e una certa soddisfazione composta. Dietro di loro, il santuario. Davanti, le telecamere.
Quei frammenti fanno parte di Rinascita, un mosaico monumentale di 50 metri quadrati (12,5 per 4 metri) firmato da Suor Samuelle, religiosa e artista. Composto come un puzzle di 200 pezzi, il mosaico racconta un percorso di riparazione dopo gli abusi spirituali, psicologici e sessuali commessi all’interno della Chiesa. L’opera sarà esposta a Parigi all’inizio del 2027, poi i 200 frammenti verranno distribuiti in altrettanti luoghi di culto, d’arte e di apprendimento nel mondo. Ogni frammento sarà collegato agli altri da un QR code. Un documentario cinematografico di 90 minuti, diretto da Quentin Delcourt, accompagna il progetto. Una sinfonia per orchestra e coro, composta e diretta da Baptiste Capitanio, lo completa.
È un progetto ambizioso. Un progetto bello. E proprio per questo merita di essere guardato con attenzione.
Suor Samuelle parla in prima persona. Nel dossier che accompagna il progetto, dichiara di essere stata vittima di abusi: «Dopo essere stata vittima, subendo controllo e abusi nel silenzio, nella paura e nella vergogna; dopo essere sopravvissuta, lavorando per ricostruire e riunificare ciò che era stato frantumato e disperso, è ora tempo di rinascere». La sua voce è autentica, il suo percorso legittimo, la sua arte potente. Chi ha vissuto il trauma e lo trasforma in creazione compie un atto di coraggio che non si discute.
Il problema non è Suor Samuelle. Il problema è ciò che accade attorno alla sua opera.
Le tessere sono piccoli frammenti di materiale (marmo, pietra, vetro, ceramica) che nell’arte musiva compongono il disegno complessivo. Per il progetto Rinascita, Suor Samuelle crea tessere uniche che viaggiano attraverso il mondo. In laboratori organizzati nelle chiese, nei monasteri, nelle diocesi, le persone vittime di abusi e i loro accompagnatori sono invitati a firmare una tessera, a scrivere un messaggio. I frammenti fotografati nel dossier mostrano parole scritte a mano: «PARDONNER et se reconstruire», «Pour tous les enfants violentés», «In memoria di mio padre che perse la fede il giorno della prima confessione», «VIVRE tout simplement». C’è chi invoca pietà, chi chiede perdono, chi ringrazia Dio per essere uscito dal silenzio.
Il gesto della firma è reale. Chi scrive il proprio dolore su un frammento di ceramica, chi lo esternalizza in un oggetto che diventerà parte di un’opera collettiva, compie un atto di ri-soggettivazione: da oggetto dell’abuso a soggetto della narrazione. La letteratura psicologica sul trauma riconosce a questi gesti un valore terapeutico. La vittima riprende la parola, la inscrive nella materia, la consegna al mondo.
Ma a chi la consegna?
I laboratori di firma si svolgono in contesti ecclesiali, spesso alla presenza di vescovi o superiori religiosi. La vittima scrive il proprio messaggio, lo consegna alla Chiesa; la Chiesa lo integra in un’opera d’arte che celebra la propria capacità di accogliere il dolore. Il circuito è chiuso. La ri-soggettivazione della vittima viene riassorbita nell’istituzione che ha prodotto l’abuso, o che l’ha coperto.
Non è un dettaglio. In psicologia del trauma istituzionale, il setting in cui avviene il riconoscimento conta quanto il riconoscimento stesso. La presenza dell’istituzione responsabile nel momento della “riparazione” può funzionare come conferma del rapporto di potere, non come sua dissoluzione. La vittima è di nuovo ospite; accolta, sì, ma nei termini dettati dall’ospitante.
Il mosaico ha una progressione cromatica. Passa «dai toni più scuri a colori ritrovati», traducendo, dice il dossier, «un processo di ricostruzione che non cancella il passato ma lo integra». È un’immagine bella, e chi la guarda ci si riconosce. Ma è anche una narrazione che prescrive un esito. La rinascita non è un’opzione tra le altre: è la destinazione obbligata dell’opera, il suo titolo, il suo senso. Il mosaico non contempla la possibilità che qualcuno non rinasca. Che qualcuno resti nel buio. Che il passato non si integri ma continui a devastare.
Chi si è occupato di psicologia sociale conosce il concetto di forced narrative closure: l’imposizione di un arco narrativo positivo a esperienze che possono non avere risoluzione. Per le vittime che non si riconoscono nella metafora della rinascita, un’opera come questa può funzionare come una seconda forma di silenziamento, più sottile della prima. Il tuo dolore va bene, a patto che finisca bene. La tua storia è accolta, a patto che il suo ultimo capitolo sia luminoso.
Le tessere che esprimono rabbia, rifiuto, denuncia senza redenzione: dove sono? Le fotografie del dossier le escludono quasi completamente. La selezione visiva costruisce un canone: la vittima “buona” è quella che perdona, quella che ringrazia, quella che integra. Le altre non entrano nell’inquadratura.
Il dossier elenca i partner istituzionali del progetto: la Conferenza episcopale francese, la Commissione pontificia per la protezione dei minori in Vaticano, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, la CECAR svizzera, il Grupo VITA in Portogallo, The Loud Fence in Inghilterra, il Proyecto Repara in Spagna, l’INIRR francese. Trecentocinquanta contributori internazionali.
Qui il progetto merita di essere interrogato non per quello che dice, ma per quello che non dice.
La CECAR, la Commissione svizzera di Ascolto, Conciliazione, Arbitrato e Riparazione, è uno degli organismi più seri e indipendenti nel panorama europeo della giustizia riparativa per le vittime di abusi ecclesiastici. Fondata nel 2016 su iniziativa del Gruppo SAPEC e delle istituzioni cattoliche svizzere, è indipendente dalle autorità della Chiesa. Nel suo rapporto d’attività 2020, la CECAR ha scritto: l’accesso agli archivi è «difficile, persino praticamente impossibile»; siamo testimoni di una «opacità nella trasmissione delle informazioni» da parte delle congregazioni.
Lo studio pilota dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera, presentato nel settembre 2023, ha documentato oltre mille casi e formulato raccomandazioni esplicite: apertura degli archivi ecclesiastici ai ricercatori e alle vittime, cessazione della distruzione di documenti pertinenti, accesso agli archivi vaticani. La nunziatura apostolica a Berna ha rifiutato di aprire i propri archivi alle storiche incaricate dell’indagine. I ricercatori hanno scoperto che il 90% degli autori di abusi è identificabile nei documenti, ma solo il 70% delle vittime lo è: gli archivi della Chiesa raccontano i carnefici, non chi ha subito.
In Francia, la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé, ha prodotto nel 2021 un rapporto di 2.500 pagine che ha documentato un fenomeno «massivo» e «sistemico»: almeno 216.000 vittime, tra 2.900 e 3.200 preti e religiosi coinvolti in settant’anni. La Commissione ha formulato 45 raccomandazioni. Ha avuto accesso agli archivi, ma per concessione specifica, non per diritto strutturale. Il sistema in sé resta opaco.
Questi sono i partner di Rinascita. Organismi che chiedono, da anni, ciò che il progetto non nomina nemmeno: trasparenza documentale, accesso ai fascicoli, fine della distruzione degli atti, accountability istituzionale. Il dossier di Rinascita non contiene la parola “archivi”. Non contiene la parola “indagine”. Non contiene la parola “responsabilità” nel senso di responsabilità istituzionale documentata.
Guardiamo l’architettura comunicativa del progetto: il dossier è quadrilingue, impaginato con cura, ricco di fotografie ad alto impatto emotivo. La struttura segue il modello classico del fundraising culturale: prima l’opera, poi il contesto, poi lo strumento di partecipazione (le tessere), poi i media di amplificazione (documentario, sinfonia), infine la call to action. È un funnel, cioè il processo con cui le aziende guidano il cliente all’acquisto di un prodotto, progettato per coinvolgere. Funziona.
Ma il lessico del progetto merita attenzione. “Riparazione”, “rinascita”, “percorso”, “ferite che restano presenti”, “vivere non nonostante ma con e persino attraverso le ferite”: è il vocabolario della resilienza e della spiritualità, mai quello della giustizia. Il framing sposta l’asse dal piano giuridico-istituzionale (chi ha fatto cosa, chi sapeva, chi ha coperto, dove sono i documenti) a quello terapeutico-spirituale (la vittima che rinasce, il frammento che si ricompone, il buio che diventa luce).
Non c’è contraddittorio nel dossier. Non c’è la voce di un’associazione di vittime che ponga domande critiche. Non c’è chi dica: la tessera è bella, ma il mio fascicolo dov’è? L’unica voce di vittima è quella di Suor Samuelle, che è anche l’artista, e la cui testimonianza è integralmente costruita in chiave di redenzione. È una narrazione senza dissonanze.
La frase finale del dossier è rivelatrice: «Nel 2027, milioni di cristiani passeranno ogni settimana davanti a quest’opera di riparazione individuale e collettiva nel mondo». Il target non sono le vittime. Il target sono i fedeli. L’opera funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?
Il QR code che collega i 200 frammenti è la metafora perfetta. Chi lo scansiona entra nel mondo del progetto: l’opera completa, il film, la sinfonia. Non entra in un database di casi documentati, non in un archivio, non in un rapporto di indagine. Il QR code collega frammenti estetici, non frammenti di verità.
C’è un’espressione nella teologia cristiana che viene prima della rinascita: la metanoia. Il cambiamento radicale, la conversione del cuore. La liturgia penitenziale della tradizione cattolica presuppone che al gesto esteriore corrisponda una trasformazione interiore. La confessione senza il proposito di non peccare più è forma senza sostanza. Sacramento senza grazia.
Il progetto Rinascita ha tutti gli elementi di una liturgia penitenziale: un gesto fisico (la tessera), una progressione simbolica (dal buio alla luce), una comunità partecipante (vittime, vescovi, fedeli), un’opera che resta come memoria permanente nei luoghi di culto. Ma la metanoia dov’è?
Gli archivi restano chiusi. I dossier restano nei cassetti delle curie. La nunziatura rifiuta l’accesso ai ricercatori. I documenti vengono distrutti. La CECAR stessa, che è partner del progetto, ha denunciato l’opacità della Chiesa. Il rapporto Sauvé, lo ricordiamo, ha documentato 216.000 vittime in Francia e formulato 45 raccomandazioni, molte delle quali sono ancora in attesa di attuazione.
Il vescovo firma la tessera, si fa fotografare a Lourdes con il frammento in mano, e torna nella curia dove i fascicoli restano sotto chiave.
Non è un gesto vuoto. È un gesto svuotato. La tessera firmata dalla vittima ha un valore intimo, reale, terapeutico. Ma quando l’istituzione la accoglie senza compiere gli atti che la riparazione richiede (trasparenza, accesso ai documenti, accountability), il gesto perde la sua forza trasformativa. Diventa liturgia senza conversione. Sacramento senza metanoia.
Il progetto Rinascita propone una «riparazione individuale e collettiva». Ma riparazione individuale e riparazione collettiva non sono lo stesso processo. La prima è terapeutica e riguarda il soggetto; la seconda è politica e riguarda l’istituzione. Un mosaico può contribuire alla prima. Non può contribuire alla seconda se l’istituzione non compie atti concreti di trasparenza, responsabilità e riforma strutturale. Mettere le due dimensioni sullo stesso piano, come fa il dossier, è un’operazione che avvantaggia chi ha il potere: la “riparazione collettiva” viene dichiarata in atto senza che la collettività istituzionale abbia fatto nulla di strutturale.
Suor Samuelle può essere in totale buona fede, anzi, probabilmente lo è. Il suo percorso personale di sopravvissuta che trasforma il trauma in arte è legittimo e potente. Ma il progetto che ne è nato, con i suoi partner istituzionali e la sua architettura comunicativa, funziona oggettivamente come uno strumento di gestione reputazionale per l’istituzione ecclesiastica. Non per intenzione dell’artista; per la struttura stessa del dispositivo.
A Lourdes, il 24 marzo 2026, i vescovi posano per la foto con i frammenti di Rinascita. In qualche curia, in qualche archivio segreto a cui solo il vescovo ha accesso, ci sono i fascicoli. I nomi dei preti che hanno abusato. I rapporti delle superiore che hanno coperto. Le lettere delle vittime mai inoltrate. I trasferimenti silenziosi.
Il frammento del mosaico e il fascicolo dell’archivio sono fatti della stessa materia: la verità di chi ha subito. Ma il frammento viaggia per il mondo, viene esposto in una teca di legno, illuminato, collegato a un QR code che rimanda al film e alla sinfonia. Il fascicolo resta nel cassetto.
Quando i 200 frammenti saranno esposti nei 200 luoghi di culto del mondo, milioni di fedeli ci passeranno davanti ogni settimana. Vedranno la bellezza della riparazione. Ma la riparazione vera, quella che passa per la verità documentata, resterà dove è sempre stata: chiusa a chiave, in un archivio a cui solo il vescovo ha accesso.
E la tessera, per quanto bella, non è una chiave.
*Tommaso Scicchitano, ex ministro di culto cattolico, è scrittore, giornalista e consulente di comunicazione.
(Foto Irrix Films)
Tommaso Scicchitano ha anche tradotto il suo articolo, che ha mandato a tutti i vescovi francesi «in uno spirito di dialogo e discernimento comune». Eccola:
La tesselle et le tiroir
Tommaso Scicchitano
À Lourdes, le 24 mars 2026, un groupe d’évêques français se fait photographier avec des fragments de mosaïque à la main. Ce sont des morceaux de céramique colorée, de la taille d’un cahier environ, avec des tons allant du rouge sombre au gris ardoise. Les évêques les tiennent devant leur poitrine, légèrement inclinés vers l’objectif, avec une expression qui oscille entre la solennité et une certaine satisfaction digne. Derrière eux, le sanctuaire. Devant, les caméras.
Ces fragments font partie de Renaissance, une mosaïque monumentale de 50 mètres carrés signée par Sœur Samuelle, religieuse et artiste. Composée comme un puzzle de 200 pièces, la mosaïque raconte un parcours de réparation après les abus spirituels, psychologiques et sexuels commis au sein de l’Église. L’œuvre sera exposée à Paris au début de l’année 2027, puis les 200 fragments seront distribués dans autant de lieux de culte, d’art et d’apprentissage à travers le monde. Chaque fragment sera relié aux autres par un QR code. Un film documentaire de 90 minutes, réalisé par Quentin Delcourt, accompagne le projet. Une symphonie pour orchestre et chœur, composée et dirigée par Baptiste Capitanio, le complète.
C’est un projet ambitieux. Un beau projet. Et c’est précisément pour cela qu’il mérite d’être regardé avec attention.
Sœur Samuelle parle à la première personne. Dans le dossier qui accompagne le projet, elle déclare avoir été victime d’abus : « Après avoir été victime, subissant emprise et abus dans le silence, la peur et la honte ; après avoir survécu, travaillant à reconstruire et réunifier ce qui avait été brisé et dispersé, il est maintenant temps de renaître ». Sa voix est authentique, son parcours légitime, son art puissant. Quiconque a vécu le traumatisme et le transforme en création accomplit un acte de courage indiscutable.
Le problème n’est pas Sœur Samuelle. Le problème est ce qui se passe autour de son œuvre.
Les tesselles sont de petits fragments de matière (marbre, pierre, verre ou céramique) qui composent le dessin global dans l’art de la mosaïque. Pour le projet Renaissance, Sœur Samuelle crée des tesselles uniques qui voyagent à travers le monde. Dans des ateliers organisés dans des églises, des monastères, des diocèses, les personnes victimes d’abus et leurs accompagnateurs sont invités à signer une tesselle, à écrire un message. Les fragments photographiés dans le dossier montrent des mots écrits à la main : « PARDONNER et se reconstruire », « Pour tous les enfants violentés », « En mémoire de mon père qui a perdu la foi le jour de sa première confession », « VIVRE tout simplement ». Il y a ceux qui implorent la pitié, ceux qui demandent pardon, ceux qui remercient Dieu d’être sortis du silence.
Le geste de la signature est réel. Celui qui écrit sa propre douleur sur un fragment de céramique, celui qui l’extériorise dans un objet qui deviendra partie intégrante d’une œuvre collective, accomplit un acte de resubjectivation : d’objet de l’abus à sujet de la narration. La littérature psychologique sur le trauma reconnaît une valeur thérapeutique à ces gestes. La victime reprend la parole, l’inscrit dans la matière, la livre au monde.
Mais à qui cette parole est-elle confiée ?
Les ateliers de signature se déroulent dans des contextes ecclésiaux, souvent en présence d’évêques ou de supérieurs religieux. La victime écrit son propre message, le remet à l’Église ; l’Église l’intègre dans une œuvre d’art qui célèbre sa propre capacité à accueillir la douleur. Le circuit est fermé. La resubjectivation de la victime est réabsorbée par l’institution qui a produit l’abus, ou qui l’a couvert.
Ce n’est pas un détail. En psychologie du trauma institutionnel, le cadre dans lequel s’opère la reconnaissance compte autant que la reconnaissance en soi. La présence de l’institution responsable au moment de la réparation peut fonctionner comme une confirmation du rapport de pouvoir, non comme sa dissolution. La victime est de nouveau invitée ; accueillie, certes, mais selon les termes dictés par l’hôte.
La mosaïque a une progression chromatique. Elle passe des tons les plus sombres aux couleurs retrouvées, traduisant, selon le dossier, un processus de reconstruction qui n’efface pas le passé mais l’intègre. C’est une belle image, et quiconque la regarde s’y reconnaît. Mais c’est aussi une narration qui prescrit une issue. La renaissance n’est pas une option parmi d’autres : c’est la destination obligée de l’œuvre, son titre, son sens. La mosaïque ne contemple pas la possibilité que quelqu’un ne renaisse pas. Que quelqu’un reste dans l’obscurité. Que le passé ne s’intègre pas mais continue de dévaster.
Ceux qui se sont penchés sur la psychologie sociale connaissent le concept de fermeture narrative forcée : l’imposition d’un arc narratif positif à des expériences qui peuvent ne pas avoir de résolution. Pour les victimes qui ne se reconnaissent pas dans la métaphore de la renaissance, une œuvre comme celle-ci peut fonctionner comme une seconde forme de réduction au silence, plus subtile que la première. Ta douleur est acceptable, à condition qu’elle se termine bien. Ton histoire est accueillie, à condition que son dernier chapitre soit lumineux.
Où se trouvent les tesselles qui expriment la colère, le rejet, la dénonciation sans rédemption ? Les photographies du dossier les excluent presque totalement. La sélection visuelle construit un canon : la bonne victime est celle qui pardonne, celle qui remercie, celle qui intègre. Les autres n’entrent pas dans le cadre.
Le dossier énumère les partenaires institutionnels du projet : la Conférence des évêques de France, la Commission pontificale pour la protection des mineurs au Vatican, la Conférence des religieux et religieuses de France, la CECAR suisse, le Grupo VITA au Portugal, The Loud Fence en Angleterre, le Proyecto Repara en Espagne, l’INIRR français. Trois cent cinquante contributeurs internationaux.
Ici, le projet mérite d’être interrogé non pas sur ce qu’il dit, mais sur ce qu’il ne dit pas.
La CECAR (Commission suisse d’Écoute, de Conciliation, d’Arbitrage et de Réparation) est l’un des organismes les plus sérieux et indépendants dans le paysage européen de la justice réparatrice pour les victimes d’abus ecclésiastiques. Fondée en 2016 à l’initiative du Groupe SAPEC et des institutions catholiques suisses, elle est indépendante des autorités de l’Église. Dans son rapport d’activité 2020, la CECAR a écrit : l’accès aux archives est difficile, voire pratiquement impossible ; nous sommes témoins d’une opacité dans la transmission des informations de la part des congrégations.
L’étude pilote de l’Université de Zurich sur les abus sexuels dans l’Église catholique suisse, présentée en septembre 2023, a documenté plus de mille cas et formulé des recommandations explicites : ouverture des archives ecclésiastiques aux chercheurs et aux victimes, cessation de la destruction de documents pertinents, accès aux archives vaticanes. La nonciature apostolique à Berne a refusé d’ouvrir ses propres archives aux historiennes chargées de l’enquête. Les chercheurs ont découvert que 90 pour cent des auteurs d’abus sont identifiables dans les documents, mais seulement 70 pour cent des victimes le sont : les archives de l’Église racontent les bourreaux, non ceux qui ont subi.
En France, la Commission indépendante sur les abus sexuels dans l’Église (CIASE), présidée par Jean-Marc Sauvé, a produit en 2021 un rapport de 2 500 pages qui a documenté un phénomène massif et systémique : au moins 216 000 victimes, entre 2 900 et 3 200 prêtres et religieux impliqués en soixante-dix ans. La Commission a formulé 45 recommandations. Elle a eu accès aux archives, mais par concession spécifique, non par droit structurel. Le système en soi reste opaque.
Ce sont là les partenaires de Renaissance. Des organismes qui demandent, depuis des années, ce que le projet ne nomme même pas : transparence documentaire, accès aux dossiers, fin de la destruction des actes, responsabilité institutionnelle. Le dossier de Renaissance ne contient pas le mot « archives ». Il ne contient pas le mot « enquête ». Il ne contient pas le mot « responsabilité » au sens de responsabilité institutionnelle documentée.
Regardons l’architecture de communication du projet : le dossier est quadrilingue, mis en page avec soin, riche en photographies à fort impact émotionnel. La structure suit le modèle classique de la collecte de fonds culturelle : d’abord l’œuvre, puis le contexte, ensuite l’instrument de participation, puis les médias d’amplification, enfin l’appel à l’action. C’est un entonnoir de communication conçu pour impliquer. Cela fonctionne.
Mais le lexique du projet mérite attention. Réparation, renaissance, parcours, blessures qui restent présentes, vivre non pas malgré mais avec et même à travers les blessures : c’est le vocabulaire de la résilience et de la spiritualité, jamais celui de la justice. Le cadrage déplace l’axe du plan juridique et institutionnel vers le plan thérapeutique et spirituel.
Il n’y a pas de contradiction dans le dossier. Il n’y a pas la voix d’une association de victimes qui pose des questions critiques. Il n’y a personne pour dire : la tesselle est belle, mais où est mon dossier ? La seule voix de victime est celle de Sœur Samuelle, qui est aussi l’artiste, et dont le témoignage est intégralement construit sur le thème de la rédemption. C’est une narration sans dissonances.
La phrase finale du dossier est révélatrice : « En 2027, des millions de chrétiens passeront chaque semaine devant cette œuvre de réparation individuelle et collective dans le monde ». Le public cible n’est pas les victimes. Le public cible est les fidèles. L’œuvre fonctionne comme un dispositif de réassurance pour la communauté ecclésiale : regardez, l’Église reconnaît. L’Église répare. L’Église renaît. Mais de cette renaissance, qui contrôle la narration ?
Le code QR qui relie les 200 fragments est la métaphore parfaite. Quiconque le scanne entre dans le monde du projet : l’œuvre complète, le film, la symphonie. Il n’entre pas dans une base de données de cas documentés, ni dans une archive, ni dans un rapport d’enquête. Le code QR relie des fragments esthétiques, pas des fragments de vérité.
Il y a une expression dans la théologie chrétienne qui vient avant la renaissance : la metanoia. Le changement radical, la conversion du cœur. La liturgie pénitentielle de la tradition catholique présuppose qu’au geste extérieur corresponde une transformation intérieure. La confession sans la résolution de ne plus pécher est une forme sans substance. Un sacrement sans grâce.
Le projet Renaissance possède tous les éléments d’une liturgie pénitentielle : un geste physique, une progression symbolique, une communauté participante, une œuvre qui reste comme mémoire permanente dans les lieux de culte. Mais où est la metanoia ?
Les archives restent fermées. Les dossiers restent dans les tiroirs des curies. La nonciature refuse l’accès aux chercheurs. Les documents sont détruits. La CECAR elle-même, qui est partenaire du projet, a dénoncé l’opacité de l’Église. Le rapport Sauvé, rappelons-le, a documenté 216 000 victimes en France et formulé 45 recommandations, dont beaucoup attendent encore d’être mises en œuvre.
L’évêque signe la tesselle, se fait photographier à Lourdes avec le fragment à la main, et retourne à la curie où les dossiers restent sous clé.
Ce n’est pas un geste vide. C’est un geste vidé de son sens. La tesselle signée par la victime a une valeur intime, réelle, thérapeutique. Mais lorsque l’institution l’accueille sans accomplir les actes que la réparation exige, le geste perd sa force de transformation. Il devient liturgie sans conversion. Sacrement sans metanoia.
Le projet Renaissance propose une réparation individuelle et collective. Mais réparation individuelle et réparation collective ne sont pas le même processus. La première est thérapeutique et concerne le sujet ; la seconde est politique et concerne l’institution. Une mosaïque peut contribuer à la première. Elle ne peut contribuer à la seconde si l’institution n’accomplit pas d’actes concrets de transparence, de responsabilité et de réforme structurelle. Mettre les deux dimensions sur le même plan, comme le fait le dossier, est une opération qui avantage ceux qui détiennent le pouvoir : la réparation collective est déclarée en cours sans que la collectivité institutionnelle ait fait quoi que ce soit de structurel.
Sœur Samuelle peut être de totale bonne foi, et elle l’est probablement. Son parcours personnel de survivante qui transforme le trauma en art est légitime et puissant. Mais le projet qui en est né, avec ses partenaires institutionnels et son architecture de communication, fonctionne objectivement comme un outil de gestion de la réputation pour l’institution ecclésiastique. Non pas par l’intention de l’artiste ; par la structure même du dispositif.
À Lourdes, le 24 mars 2026, les évêques posent pour la photo avec les fragments de Renaissance. Dans quelques curies, dans quelque archive secrète à laquelle seul l’évêque a accès, se trouvent les dossiers. Les noms des prêtres qui ont abusé. Les rapports des supérieures qui ont couvert. Les lettres des victimes jamais transmises. Les transferts silencieux.
Le fragment de la mosaïque et le dossier des archives sont faits de la même matière : la vérité de ceux qui ont subi. Mais le fragment voyage à travers le monde, est exposé dans une vitrine en bois, éclairé, relié à un code QR qui renvoie au film et à la symphonie. Le dossier reste dans le tiroir.
Lorsque les 200 fragments seront exposés dans les 200 lieux de culte du monde, des millions de fidèles passeront devant chaque semaine. Ils verront la beauté de la réparation. Mais la vraie réparation, celle qui passe par la vérité documentée, restera là où elle a toujours été : enfermée à clé, dans une archive à laquelle seul l’évêque a accès.
Et la tesselle, aussi belle soit-elle, n’est pas une clé.





Questo articolo esprime alla perfezione quello che ho provato quando ho visto per la prima volta il dossier di presentazione del progetto "Rinascita". Mi sembrava un prodotto da vendere, ben impacchettato. Purtroppo, la verità nuda e cruda di un abuso non sarà mai un bel prodotto da lanciare sul mercato, soprattutto quello ecclesiale. Un abuso non è mai esteticamente gradevole.
Grazie dí cuore per queste parole che con tanta lucidità e chiarezza mettono in luce la dinamica che sta nelle fondamenta delle scelte della Chiesa, in questo ambito.